LA SOFFERENZA DI UN RIFIUTO

Facebook Linkedin Instagram

Quanto pesa la sofferenza di un rifiuto (anche uno solo) nel bilancio complessivo delle esperienze di una persona?
Quanto può influire sul desiderio di esprimere liberamente e completamente se stessi?
Quanto è determinate sulla capacità di gestire o accettare ogni eventuale giudizio successivo (nei confronti di se stessi e degli altri)?

Moltissimo.
Soprattutto se avviene in giovane età o in una fase importante della vita o da parte di persone care e sulle quali facciamo affidamento.

Ancor di più se quel gesto ci colpisce in un momento di autentica spontaneità e quindi va a toccare la nostra essenza, mettendola in discussione, o se rompe un patto di assoluta fiducia all’interno della relazione.

Quando ciò accade le reazioni sono, ovviamente, diverse, ma spesso sono accompagnate da una subdola domanda: cosa ho fatto di male? anche le risposte sono differenti, ma, altrettanto frequentemente, ciò che prende spazio è il dubbio che qualcosa in noi sia sbagliato o non sia gradito agli altri.

Un dubbio che poi rischia di diventare una convinzione e di alterare e ampliare la percezione, se non il timore, del rifiuto.

Come conseguenza spesso la persona impara a reprimere quegli aspetti del suo carattere che le hanno causato sofferenza, allenandosi così (negativamente) a frenarsi, nascondersi, mentire.

Elaborare un rifiuto non è facile per nessuno, è faticoso e richiede a se stessi un duplice lavoro: sul cuore e sulla mente.

Frequentemente il primo è lasciato nelle mani del tempo che, a torto o a ragione, trasforma il dolore in rabbia o in tristezza oppure lo nasconde in qualche angolo del cuore, con finta indifferenza; il secondo, invece, implica un’assunzione di responsabilità che automaticamente viene distribuita in maniera sproporzionata o sull’altro o, più facilmente, su se stessi…prendendo poi il nome di “colpa”.

Se delegare il lavoro sul dolore “a terzi” può avere un suo effetto positivo, lasciare che il disagio di una presunta colpa si insinui nei nostri pensieri rischia di creare più danni e alimentare i condizionamenti, bloccando anche il fluire delle emozioni.

Per affrontare il rifiuto con “responsabilità” dovremmo invece recuperare la capacità e possibilità di governare le situazioni che appartiene ad ogni essere umano e che permette ad ognuno di noi di dare un senso e una direzione all’evoluzione di ciò che ci accade a beneficio della nostra crescita.

Prova a ripensare ad una situazione in cui ti sei sentita/o giudicata/o o rifiutata/o e a rispondere a queste domande:
Quale parte di te ha colpito quel rifiuto?
È una parte che potresti migliorare? È una parte che oggi ti manca? di cui sei orgogliosa/o e alla quale non vorresti rinunciare?
Secondo te perché l’altro ha avuto quella reazione? Cosa gli hai mosso con il tuo comportamento?

Sei riuscita/o a rispondere? Come ti senti ora? Hai una visione diversa dell’accaduto?

La responsabilità di una azione/comunicazione non è mai sbilanciata tutta da una parte, è sempre da ripartire in due e, molto probabilmente entrambe hanno ragione.

Ognuno di noi incontra sul suo percorso sfide per la propria crescita e “specchi” delle proprie disarmonie (qualcuno che ci mostra inconsapevolmente qualcosa che è dentro di noi). Sta a noi capirne il significato e darne il giusto valore.

 image