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Ho mosso gli ultimi passi del Cammino di Santiago sentendo dentro di me sempre più chiara la consapevolezza che, in realtà, arrivare a destinazione non è così importante se non si è vissuto a pieno tutto il percorso prima; è proprio lì, nei momenti e nelle esperienze che accadono mentre sei concentrato sull’obiettivo, che ti conosci, cresci, coltivi la tua felicità.

Che tu decida di arrivare fino a Santiago de Compostela o di continuare fino a Finisterre, è davvero così importante camminare fino alla meta?

Come molti sapranno il Cammino di Santiago nasce a seguito dei ritrovamenti, nel IX secolo, delle spoglie dell’Apostolo Giacomo il Maggiore, che, si narra, avesse viaggiato in Spagna per diffondere il Vangelo e fosse stato qui riportato, dopo la sua morte, per volontà dei suoi discepoli. È uno dei tre principali pellegrinaggi della Cristianità medievale, insieme a quelli di Gerusalemme e di Roma, che da oltre 1000 anni coinvolge milioni di persone di tutto il mondo.

Nonostante l’evidente importanza di questo luogo, in realtà, sin dagli inizi, i pellegrini concludevano definitivamente il loro percorso arrivando a Fisterra (Finis Terrae: fine della terra fino ad allora conosciuta) dove si spogliavano, bruciavano tutti i vestiti, facevano il bagno nell’oceano, indossavano una tonaca bianca e, infine, raccoglievano le conchiglie che venivano cucite sul cappello o sul mantello a testimonianza del lungo tragitto compiuto.

Col tempo, le due località hanno conosciuto sempre maggior fama, diventando non solo mete spirituali, ma anche culturali e turistiche, l’una come capoluogo della Galizia e prestigioso centro universitario, l’altra raccogliendo attorno a sé e al “kilometro zero” l’interesse di appassionati e curiosi. Anche oggi, quindi, per ogni viandante che si mette in viaggio il passaggio in entrambi i siti, Finisterre e Santiago de Compostela, è quasi d’obbligo.

ARRIVARE FINO ALLA FINE

Per i pellegrini dunque arrivare alla Cattedrale e a Cabo Fisterra è sicuramente la meta più ambita, la conclusione di un percorso di penitenza, ricerca o devozione, fatto di rischi e sacrifici materialmente patiti con lo scopo di ricevere purificazione, salvezza o perdono, perlomeno in termini metafisici; ma anche per tutti coloro che non sono guidati da una motivazione religiosa, giungere a Santiago de Compostela e poi, più in là, fino all’oceano, è sicuramente un traguardo, un successo, una soddisfazione personale, una nuova scoperta.

Per chiunque toccare con mano il punto ultimo del Cammino è un’emozione intensa: pianti, sorrisi, festeggiamenti accompagnano spesso l’arrivo in Plaza do Obradoiro; dopo giorni o settimane di fatica gli ultimi passi sembrano quasi interminabili ma, più si avanza, più ci si carica di gioia che esplode in una comune esclamazione: “ce l’abbiamo fatta!”.

Camminare fino alla meta è entusiasmante, così come avere un obiettivo da raggiungere, che sia un luogo, un progetto, un lavoro, un sogno, non solo è stimolante e accresce la fiducia in noi stessi, ma è anche utile alla nostra crescita e alla nostra realizzazione in termini professionali, personali e relazionali.

Ora, però, vi chiedo: conta davvero camminare fino a destinazione? Si, conta, ma, a parer mio, non così tanto come prestare attenzione ad ogni passo, ogni singola tappa che permette il suo raggiungimento; credo che il vero successo e la vera soddisfazione stiano nel cogliere quotidianamente, in ogni ostacolo, in ogni opportunità che si presenta sul sentiero un modo per conoscere se stessi, superare i propri limiti, affrontare le difficoltà, mettere in gioco le proprie potenzialità.

Il cammino non è (solo) verso una meta, ma nei momenti e nelle esperienze che lo compongono: sentire il peso dello zaino, che raccoglie quanto ci serve e anche di più, cercare le indicazioni delle frecce, che ci mostrano la direzione da seguire ma che ci invitano anche a pensare ad un’alternativa, utilizzare i cerotti, per curare le ferite, quelle nuove e quelle vecchie, scegliere un bastone, che ci aiuta e ci sostiene quando da soli non ce la facciamo e poi, sicuramente, prendere la conchiglia, che portiamo con noi sin dall’inizio per ricordarci dove stiamo andando e che raccogliamo poi alla fine per testimoniare quanto abbiamo fatto e raccolto.

Qualcuno, a ragione, potrebbe replicare: ” In realtà senza una meta verso cui dirigere la nostra attenzione e la nostra intenzione non ci sarebbe alcun viaggio e alcun cammino da intraprendere“; io, però, risponderei: “forse non è poi così importante dove si sta andando, ma semplicemente andare!” 


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