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Quante volte, dopo un’esperienza negativa, abbiamo sentito dire “eh, sarà il karma!“, magari tra l’alternarsi di battute scherzose e ferree convinzioni, stupori o improvvisate spiegazioni sui motivi nascosti dell’accaduto… ma, in fondo, sappiamo davvero cosa è?

Per scoprirlo dovremmo approfondire la conoscenza dei Veda, un’antichissima raccolta di testi sacri dei popoli arii che invasero l’India settentrionale qualche migliaio di anni fa, dai quali derivano poi le principali religioni sviluppatesi nell’area.

Ad un primo approccio, però, possiamo dire che la parola Karma è un adattamento del termine sanscrito kárman (कर्मन्), inteso come “atto” o “evento rituale” e traducibile nelle lingue occidentali come “azione” o, più ampiamente, “risultato“.

Nelle filosofie orientali sta ad indicare il frutto delle azioni compiute da ogni essere vivente, soggetto al principio di causa-effetto, che influisce sia sulla vita presente sia sul ciclo delle rinascite (quindi le vite passate e future), il cosiddetto saṃsāra.

Secondo la tradizione induista, giainista e buddista, qualsiasi azione, nel bene o nel male, genera un “bagaglio” di conseguenze che si accumula condizionando il susseguirsi delle reincarnazioni, determinando una rinascita in situazioni migliori o peggiori della precedente: solo seguendo una certa condotta di vita (che prevede differenti pratiche a seconda della dottrina di riferimento) è possibile estinguere il proprio debito karmico e raggiungere così 45wla liberazione dalla vita terrena.

Tale concezione si basa su una visione tendenzialmente pessimistica del mondo materiale, fatto di sofferenza, illusione e corruzione dell’anima dovuto alle deviazioni delle pulsioni, al potere ingannevole della mente e a quello fuorviante delle emozioni.

Secondo questa credenza, le esperienze della vita attuale sarebbero, quindi, influenzate da ciò che è stato fatto in un altro tempo e spazio e, in particolare, gli avvenimenti negativi sarebbero “prezzi da pagare” per altrettante azioni commesse precedentemente (…ma ciò dovrebbe valere anche per le cose positive!).

Per giungere all’illuminazione bisognerebbe imparare, di vita in vita, a “non cadere in tentazione” e, come suggerisce anche il Cattolicesimo, a non peccare o fare del male, agli altri e a se stessi.

Quando perdi, non perdere la lezione.

Dalai Lama

Da un punto di vista meno mistico tutto ciò potrebbe essere sintetizzato col famoso detto: “raccogli ciò che semini“.

Ognuno di noi, in definitiva, è responsabile di ciò che fa e di come reagisce a ciò che gli accade durante la vita e, di conseguenza, a ciò che può dare o ricevere. In altre parole:

• Quando fai un torto a qualcuno, impara la lezione e ripara
• Quando subisci un torto da qualcuno, impara la lezione e ringrazia.

Semplice… se si vuole è possibile vedere in ogni esperienza un’opportunità per capire qualcosa in più (da non ripetere o da acquisire) per crescere e migliorare.

Se riuscissimo a mettere in pratica questi concetti si creerebbe un circolo virtuoso (“saṃsāra“) che, di genitore in figlio, di generazione in generazione, renderebbe le persone più consapevoli, compassionevoli e aperte e, quindi, più “illuminate”, qui sulla Terra.

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